Il teatro No
Nato in Giappone tra il XIII e il XIV secolo, il Nō è una delle principali forme di teatro nipponico insieme a Kabuki e Kyōgen. Tuttora eseguito nella sua forma tradizionale, è caratterizzato dall'uso delle maschere e da testi che possono essere liberamente interpretati dallo spettatore.
Il termine Nō significa talento e, in questo caso: l'esibire un talento in una performance teatrale.
Il teatro Nō, spesso associato alla tragedia greca, non è sola rappresentazione scenica: la vicenda, gli attori, le maschere, la musica, la scenografia e il pubblico sono tutti tasselli fondamentali di un mosaico simbolico e ritualistico che ha radici profonde.
La semplicità della scenografia serve a sottolineare il dramma dei personaggi.
Nel Nō i drammi hanno il più delle volte come protagonisti anime travagliate, ancora in vita o spiriti, che non hanno risolto un profondo dramma e sono quindi tormentate. Sarà il 'waki', l'attore secondario in antagonismo allo 'shite' (l'attore principale che interpreta l'eroe, l'eroina o la divinità), a evocare e rendere possibile la venuta del protagonista e che a questi spesso pone delle domande, ricevendo la confessione della sua tragedia.
Lo 'shite' (la persona col dramma) indossa un costume molto stilizzato, confezionato con ricche stoffe e la cui rigidezza nasconde quasi completamente la forma del corpo dell’attore. L'attore assume così, all'interno dell'abito, una posizione innaturale, adattandosi al costume.
La maschera ('omote'), che è il simbolo stesso dell'attore Nō, riveste il medesimo ruolo: i lineamenti dell'attore sono nascosti e, se anche dovesse recitare senza maschera, il suo volto per nessuna ragione mostrerebbe i segni di un'emozione.
Esistono diversi personaggi rappresentati dalle maschere utilizzate dagli 'shite', e vengono suddivise in sei categorie: 'okina' (venerabili e saggi), 'otoko' (uomini), 'onna' (donne), 'onryō' (spiriti vendicativi), 'kishin' (demoni e dei) e 'jō' (uomini anziani).
La maschera rappresenta vari tipi di condizioni umane.
Sta all'abilità dell'attore variare l'espressione degli stati d'animo mutando, con minimi spostamenti del capo, l'inclinazione della maschera e la luce che si riflette su di essa.
Le 'omote' sono piuttosto piccole e spesso non coprono interamente il viso. A causa della visuale ridotta l’attore non riesce a vedere il proprio corpo immedesimandosi cosi ancor di più nel personaggio interpretato.
Il ruolo della maschera può essere compreso con le parole del maestro di teatro Nō Umekawa Rokuro: "Quando un maestro indossa una maschera, questo non significa che mette la sua maschera sul viso, ma si intende che egli mette il suo spirito nella maschera".
Il termine Nō significa talento e, in questo caso: l'esibire un talento in una performance teatrale.
Il teatro Nō, spesso associato alla tragedia greca, non è sola rappresentazione scenica: la vicenda, gli attori, le maschere, la musica, la scenografia e il pubblico sono tutti tasselli fondamentali di un mosaico simbolico e ritualistico che ha radici profonde.
La semplicità della scenografia serve a sottolineare il dramma dei personaggi.
Nel Nō i drammi hanno il più delle volte come protagonisti anime travagliate, ancora in vita o spiriti, che non hanno risolto un profondo dramma e sono quindi tormentate. Sarà il 'waki', l'attore secondario in antagonismo allo 'shite' (l'attore principale che interpreta l'eroe, l'eroina o la divinità), a evocare e rendere possibile la venuta del protagonista e che a questi spesso pone delle domande, ricevendo la confessione della sua tragedia.
Lo 'shite' (la persona col dramma) indossa un costume molto stilizzato, confezionato con ricche stoffe e la cui rigidezza nasconde quasi completamente la forma del corpo dell’attore. L'attore assume così, all'interno dell'abito, una posizione innaturale, adattandosi al costume.
La maschera ('omote'), che è il simbolo stesso dell'attore Nō, riveste il medesimo ruolo: i lineamenti dell'attore sono nascosti e, se anche dovesse recitare senza maschera, il suo volto per nessuna ragione mostrerebbe i segni di un'emozione.
Esistono diversi personaggi rappresentati dalle maschere utilizzate dagli 'shite', e vengono suddivise in sei categorie: 'okina' (venerabili e saggi), 'otoko' (uomini), 'onna' (donne), 'onryō' (spiriti vendicativi), 'kishin' (demoni e dei) e 'jō' (uomini anziani).
La maschera rappresenta vari tipi di condizioni umane.
Sta all'abilità dell'attore variare l'espressione degli stati d'animo mutando, con minimi spostamenti del capo, l'inclinazione della maschera e la luce che si riflette su di essa.
Le 'omote' sono piuttosto piccole e spesso non coprono interamente il viso. A causa della visuale ridotta l’attore non riesce a vedere il proprio corpo immedesimandosi cosi ancor di più nel personaggio interpretato.
Il ruolo della maschera può essere compreso con le parole del maestro di teatro Nō Umekawa Rokuro: "Quando un maestro indossa una maschera, questo non significa che mette la sua maschera sul viso, ma si intende che egli mette il suo spirito nella maschera".
Maschere e teatro No
